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Gervasoni torna in RICORDI Gervasoni torna in RICORDI

Postato da Ricordi 04 gennaio 2018 E’ con grande piacere che annunciamo il ritorno di Stefano Gervasoni in Casa Ricordi. A partire dal 2018 le sue nuove composizioni saranno da noi edite.


Negli anni ’90 Stefano Gervasoni ha iniziato a conquistarsi quella fama internazionale che gli ha permesso di lavorare con le principali istituzioni (ensemble, orchestre) europee; ma non solo. Nel corso degli anni ha tenuto master class e lecture in importanti Accademie Musicali e festival in Austria, Germania, Giappone, Francia, Usa, Brasile etc. E’ stato composer-in-residence presso il Conservatorio di Losanna, a L’ESMUC di Barcellona, alla Toho University di Tokyo e al Yellow Barn Summer Academy (Vermont, Usa). Sarà tra i professori invitati dell’Académie Mani-feste de l’IRCAM nel 2018 e nel 2019. Dal 2006 insegna composizione al Conservatoire National Supérieur de Musique et de Danse di Parigi.
Chiediamo a Stefano Gervasoni di risponderci ad alcune domande.

Rispetto agli anni ’90, quando lei ha avuto i primi successi internazionali, è cambiato lo scenario della musica contemporanea? In base alla sua esperienza cosa ci può dire.
E’ molto cambiato: sono finite le scuole di pensiero, con i compositori che facevano blocco riuniti da un credo estetico ideologicamente vincolante; sono scomparsi i grandi maestri, considerati i capofila di questi schieramenti; si sono moltiplicati esponenzialmente i compositori e la composizione d’arte in quanto espressione culturale “occidentale” si è diffusa ovunque, praticamente in tutte le aeree geografiche. Ciò a seguito della capillarizzazione comunicativa garantita da internet (quando ho pubblicato il mio primo pezzo con Ricordi, nel 1987, internet non esisteva) e alla diffusione e strutturazione dell’insegnamento della composizione nei conservatori, nelle accademie e nelle università sulla base di un modello globale. La formazione dei musicisti capaci di affrontare le difficoltà tecniche del repertorio contemporaneo e di comprenderne le motivazioni è certamente aumentata, così come è aumentata la qualità generale della formazione professionale dei musicisti.
Il ruolo sociale del compositore è sempre più marginalizzato, così come è venuto meno quello di tutti gli intellettuali. Il compositore non è più considerato un uomo di pensiero, un sapiente della musica, un intellettuale speciale (con l’arte del saper fare, del rendere concreta un’idea), ma un mestierante, al servizio del divertissement generale, più o meno aulicamente. Cioè al servizio dell’industria culturale, che dagli anni ’90 si è andata vieppiù sviluppando, con le conseguenze che è facile immaginare. Tra queste, due mi paiono rilevanti: il dover essere, in qualche modo, un “prodotto di successo”; e il doversi affidare a un marketing invasivo, e alle sue strategie che sottopongono il “come” al “quanto”, la qualità del “dire”, l’esigenza della fattura artistica dell’opera artistica o culturale alla qualità o addirittura “alla quantità” tout court dell’apparire da parte del suo creatore.
Mi rendo conto che tutto ciò rende il lavoro di un editore molto più complicato… Da parte mia, non vorrei apparire nichilista o catastrofista. Io sono ottimista per natura, e mi sento di dire che c’è una creatività diffusa nelle nuove generazioni e un desiderio di ricerca che forse si esprime sotto le mentite spoglie del successo personale, secondo gli schemi dell’industria culturale che si sono andati consolidando, insistendo sull’idea - involontariamente? – del simulacro del grande artista. Vedremo…

Oggi, quanta importanza si dà al genio artistico?
Secondo me l’accento si sta spostando, e si deve spostare, sull’opera singola, piuttosto che sul genio artistico individuale. E’ il senso giusto - da sviluppare, da fare proprio - di questa democratizzazione dell’industria culturale, così tanto sospinta da internet, dalla globalizzazione, dalla strutturazione dell’istruzione artistica professionale (e sottolineo “professionale”, perché su quella “di base” c’è ancora moltissimo, e forse ancora di più, da fare) diventata un po’ “asettica” perché troppo preoccupata per la sopravvivenza di una specie in via di estinzione. Esistono - ancora oggi - opere bellissime, riuscite, significative, che toccano le corde più profonde e misteriose dell’animo umano, che svelano e aprono nuove strade all’espressione, alle emozioni artisticamente vissute, alla ricerca, al desiderio di dire e immaginare ancora altre possibilità di dire. Ma sono legate alla singola occasione, piuttosto che al genio sempre vincente di un artista infallibile. La storia dirà, ma è inutile inseguire - in questi tempi artificialmente mutati -  il mito romantico di un artista superumano, i cui esiti devono essere sempre e comunque, e ancor più se ipertroficamente produttivi, i più alti in assoluto. La storia dirà: i singoli esiti, uno dopo l’altro faranno il percorso e determineranno il profilo dell’artista. E’ una vaga preoccupazione, nell’epoca del marketing culturale, stabilire a priori i valori (e i consigli per gli acquisti…) individuali.
E ancora una volta mi viene ancora da dire: quanto è difficile per un editore di musica, in questa situazione, impostare le proprie scelte per il futuro!

Per un giovane compositore, era più facile allora essere programmato nei festival e/o rassegne internazionali? 
Direi che è più facile essere programmati ora (dicevo, prima, dell’istruzione professionale diffusa, di un sistema accademico europeo e mondiale che offre moltissimo ai giovani futuri artisti), ma è più difficile essere capiti nella propria originale creatività. Agli schematismi ideologici dell’avanguardia si sono sostituiti i filtri della moda, o della neutralità (o opacità) di un sistema che offre molto e “democratizza” schiacciando verso il basso il desiderio di incidere con la propria personalità un “linguaggio” che si vuole, forse un po’ artificialmente, comune, condiviso.

Alcune volte i giovani compositori hanno bisogno di un mentore. Quanto può essere importante la figura di questo consigliere? Lei ne ha avuti? Se sì, ce ne vuole parlare?
E’ importantissima: ma deve solo indicare, non imporre. Una porta da aprire, un fosso (o un abisso) da saltare, prendendo il rischio e assumendosene la responsabilità di… sbagliare. Il mentore non è l’allenatore di una squadra di calcio, che se sbaglia (lui solo?) viene licenziato… Il mio mentore è stato Luigi Nono, il mio iniziatore (avevo 17 anni…) – ma con lui non ho mai studiato. Poi Helmut Lachenmann, che ne ha raccolto l’eredità e l’ha inscritta nella storia, di cui non sono mai stato allievo accademicamente parlando, ma il cui rapporto, ieri come ora, è sempre stato fecondo di stimoli critici. Anche Gérard Grisey mi ha insegnato molto: a cercare il mio proprio “altrove” (fuori da questo mondo, ma dentro di me, assunto con responsabilità). E Niccolò Castiglioni, tra i miei docenti ufficiali, a insegnarmi la “trasgressione della semplicità” nei confronti della “complessità” dell’avanguardia allora ancora imperante, e l’importanza di un pensiero poetico che sopravanzi quello puramente tecnico in base al quale sono stati i “progressi” del linguaggio musicale. 

Lei ha sempre insegnato composizione. Ora è titolare al Conservatoire National Supérieur de Musique et de Danse di Parigi. Quale consiglio si sente di dare ad un giovane che, appena conclusi gli studi di composizione, voglia emergere nel mondo della musica contemporanea.
Il mio sforzo attuale, che devo intensificare sempre più in funzione degli eventi “globali” a cui siamo tutti sottoposti, volge a fare capire quale è la differenza tra composizione e sound-design. Ovvero che la composizione, come la si voglia concepire (dall’evento performativo, all’installazione, alla elaborazione perfettamente scritta da eseguire classicamente da parte di interprete professionali – e sensibili -, al multimedia, alla web-art o altro) non è la creazione di un sound “originale” (con moltissime virgolette), di un tono nuovo, di un “tocco di aria fresca”, ma di un nuovo rapporto con la storia. O meglio di un nuovo rapporto tra storia e natura. La musica è un fenomeno a cavallo tra la percezione uditiva e l’ascolto. La musica è intrisa dei modi con cui l’essere umano, nel tempo, ha voluto esprimersi attraverso il suono, che è un desiderio insopprimibile (di cui sono ineluttabilmente prigioniero), così come è insopprimibile la memoria di questi modi. Più la storia e la tecnologia avanzano e più noi docenti - in quanto trasmettitori di conoscenza -  dobbiamo sentire l’obbligo di fare capire la storia: nella sua universalità di volere esprimere desideri creativi esigenti e estremi, e nello stesso tempo capaci di condividere le tecnologie significanti del momento presente che le attualizza, e di eternizzarle; nella sua capacità o facoltà di veicolare il futuro. Passato, presente e futuro non sono separabili, ma è questo che il marketing vuole oggi: imponendo il nuovo genio, il nuovo Bach o il nuovo inaudito. Semplificare il rapporto con la storia fino ad annullarlo.

Ci può dire qualcosa dei suoi progetti futuri?
Il 22 febbraio la Münchener Kammerorchester presenterà la prima assoluta di In die Luft geschrieben per mezzosoprano, arpa, celesta, percussioni e archi. La composizione è un ciclo vocale di trentatré lieder su trentatré epitaffi scritti, tra 1943 e il 1946, da Nelly Sachs e dedicati a persone reali scomparse nell’orrore nazista.

La musica che scrivo è eminentemente vocale, anche quando è destinata ai soli strumenti o all’elettronica, o a dispositivi installativi (è il caso del recente “www – web wall whispers” in collaborazione con Marco Liuni, sull’opera muraria di Giuseppe Caccavale “Segni per la speranza”, per la Fondazione Spinola Banna per l’Arte). E lo sarà sempre più.
In cantiere ho un’opera per coro sinfonico e elettronica (IRCAM), e un lavoro per coro e orchestra. Oltre a un lavoro di ambito teatrale ispirato all’idea della “innere Stimme” di Schumann, uno dei miei compositori-faro del passato, unitamente a Monteverdi e a Schubert, per citare almeno altri due nomi.











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